Il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto venne assassinato dalla mafia nella notte tra il 24 e il 25 gennaio 1983 davanti la sua casa di Valderice, a pochi passi da Trapani. Il 12 giugno 1998 la Corte di Assise di Caltanissetta condannò all’ergastolo Salvatore (Totò) Riina quale mandante e Mariano Agato quale killer, sentenza confermata definitivamente dalla Cassazione il 20 maggio 2000.

A trent’anni dall’omicidio, un approfondito volume di Salvatore Mugno, Una toga amara. Giangiacomo Ciaccio Montalto, la tenacia e la solitudine di un magistrato scomodo (Di Girolamo Editore, pp. 176, € 9,90) ricorda la vita e l’attività di un servitore dello Stato abbandonato dallo Stato. Ciò emerge dalla sua vicenda personale: un uomo solo nella lotta contro la mafia, la corruzione e il perseguimento della verità giudiziaria nei diversi casi di cui si è occupato.

È effettivamente una toga amara quella portata da Ciaccio Montalto: sostituto procuratore a Trapani dal 1971, spesso nelle sue indagini si scontrò con i “poteri forti” che governavano la città siciliana e per questo ben presto diventa un magistrato scomodo: lo scandalo degli appalti alla Provincia di Trapani (1971), il sacco del Belice (1978) e il caso “Agap” (1980) furono solo alcune delle inchieste più importanti da lui guidate, illustrate da Mugno nella prima parte del suo lavoro.

Un’attività svolta, per alcuni tratti, anche in collaborazione con Giovanni Falcone (che operò per dodici anni, dal 1966 al 1978, a Trapani), con il quale realizzò un inteso scambio professionale, testimoniato anche da Francesco Garofalo, pm e giudice trapanese: «Giacomo fu un precursore di un metodo di indagine, utilizzato con successo anche da Giovanni Falcone, contro la mafia: le indagini bancarie, la caccia ai mille interessi economici che governavano la vita della mafia».

Il magistrato, in effetti, «piuttosto che osservare il fenomeno soltanto in occasione dei processi in corso – scrive Mugno – [...] sosteneva che la Magistrature dovesse osservare costantemente tutto quanto si potesse ricondurre all’attività di Cosa Nostra e attrezzarsi, sul piano investigativo e culturale, per avere una visione d’insieme e aggiornata degli affari delle cosche».

Intuendo che la mafia era un’organizzazione unitaria e ramificata, fu tra i primi a procedere al sequestro dei beni e ad applicare la Legge "Rognoni-La Torre" del 1982. Le sue indagini lo portarono ad analizzare i flussi di denaro di fonte illecita e a individuare la rete della consorteria mafiosa trapanese. Scrive ancora Mugno che, «consapevole di operare in modo innovativo nella lotta alla mafia, denuncia di essere tuttavia privo di strumenti adeguati e, soprattutto, in una condizione di sostanziale solitudine sul piano organizzativo».

Ad un certo punto, le sue indagini toccarono qualche interesse da non toccare. Secondo la sentenza di condanna di Riina e Agato, il magistrato fu assassinato su ordine del capo di Cosa Nostra perché aveva dato fastidio alla “famiglia”, avendo spiccato un mandato di cattura per lo zio di Riina, Giacomo.

Ma, come emerge dal racconto delle fasi processuali da parte dell’autore, punti oscuri sulla sua morte rimangono tuttora. A cominciare dal primo processo relativo al suo omicidio, che si concluse nel 1994 con l’assoluzione di tutti gli imputati, ma in base al quale Ciaccio Montalto sarebbe stato ucciso per aver individuato i traffici di droga e armi delle cosche mafiose della Sicilia Occidentale.

Senza dimenticare, poi, lo “schedario”, un’agenda sulla quale il magistrato avrebbe scritto come andavano le cose al Palazzo di Giustizia, accusando alcuni suoi colleghi. E in effetti, secondo indiscrezioni assai attendibili, un mese prima di essere assassinato Ciaccio Montalto avrebbe avuto un furioso litigio con il sostituto procuratore Antonio Costa, concluso con un «Siete corrotti!». Coincidenze? Lo “schedario” non è stato mai ritrovato, e nel 1984 Costa venne arrestato e nella sua abitazione vennero sequestrate decine di milioni di lire e delle pistole non denunciate (alla fine del processo venne condannato solo per falso).

Il volume di Salvatore Mugno, caratterizzato da un certosino ricorso alle fonti giornalistiche e giudiziarie, ricostruisce la vicenda umana e professionale di un magistrato che ha speso la sua esistenza per la tutela dello Stato e la lotta alla mafia, sacrificando la sua vita circondato dalla solitudine: «Sul manifesto che annuncia la morte del sostituto procuratore – ricorda Umberto Santino nella Prefazione – il sindaco di Trapani, Erasmo Garuccio, non scrive la parola “mafia”. Semplicemente perché, a suo avviso, la mafia a Trapani non c’è, non può esserci. Questa era Trapani, questa era la Sicilia in cui ha vissuto Ciaccio Montalto».

Luigi Grisolia

Link originario: Excursus.org

 

Crispino Di Girolamo è alla guida di due importanti realtà editoriali siciliane: Di Girolamo Editore e Il Pozzo di Giacobbe. La sede è a Trapani, ma i due marchi hanno senza dubbio una vocazione nazionale, come confermato, oltre che dalla tipologia di volumi pubblicati, dalle numerose presentazioni in varie città d’Italia e la presenza alle più importanti fiere librarie nazionali. Nel 2012 è arrivata anche la partecipazione alla Fiera del Libro di Francoforte, in Germania. Da libraio ad editore, una vita dedicata ai libri e alla lettura: abbiamo avuto il piacere di incontrare Crispino e di scambiare quattro chiacchiere con lui.

Com’è nata l’idea di fondare una casa editrice?

Da vent’anni faccio il libraio a Trapani dove nel 1993 ho rilevato la libreria cattolica: un lavoro difficile reso ancora più difficile dal fatto che vivo in un territorio in cui l’impalcatura culturale è fragile. Diciamo che il primo libro l’ho pubblicato per caso ed è stata una grande soddisfazione. Poi così, un po’ per gioco e forse con un po’ di incoscienza, ho cominciato a pubblicare dei testi di storia locale e i primi volumi per bambini. E da lì è iniziata un’altra storia nella mia vita.

Di Girolamo Editore si occupa soprattutto di lotta alla criminalità e di cultura siciliana in generale. Quanto è importante tenere alta l’attenzione e la memoria sulla mafia?

È fondamentale ora che si parla di “mafia sommersa” mantenere alta l’attenzione. Ma soprattutto è importante farlo con persone veramente competenti che hanno sviluppato conoscenze, esperienza e un metodo di analisi efficace. Francamente vedo pubblicati dei testi che parlano di mafia e altre organizzazioni criminali senza criterio, senza fonti, senza che gli autori sappiano di cosa stanno parlando. E questo è gravissimo: non solo perché la disinformazione non fa crescere la consapevolezza civile e crea una confusione che serve alla mafia ma anche perché se riduciamo la conoscenza di questi fenomeni a marketing per darsi visibilità e spillarsi al petto medagliette... beh allora non è un servizio culturale e nemmeno professionale...

Il Pozzo di Giacobbe, invece, è un marchio che pubblica libri di tema religioso e si caratterizza per l’attenzione ai volumi per bambini, definiti «cuore pulsante» dell’attività dell’editrice.

Siamo la prima casa editrice cattolica per numero di pubblicazioni per bambini. Lo dico senza presunzione ma con un pizzico d’orgoglio: non è solo un fatto di numeri. Il nostro catalogo è davvero ricco ma soprattutto abbiamo pubblicazioni di pregio, davvero molto belle, che si distinguono. Testi molto curati per parlare ai piccoli di qualsiasi argomento riguardi la fede e un gruppo di illustratori fra i migliori presenti nel panorama italiano.

Quali sono i vantaggi e le difficoltà dell’essere un editore indipendente?

Il vantaggio impagabile è la libertà: decidi fuori dalle regole dei grossi, puoi valutare davvero ciò che vale. Le difficoltà sono enormi. In tempi di globalizzazione i piccoli e i medi affrontano problemi sempre più complessi dovuti alle questioni legate alla distribuzione, ai costi, alla struttura.

Che significa fare editoria in Sicilia, una delle regioni con gli indici di lettura più bassi in Italia?

Non bisogna guardare i dati altrimenti non vale la pena neppure muovere un dito. C’è però una piccola fetta di mercato attenta e affamata e a questa ci rivolgiamo. E poi dico sempre ai miei collaboratori che bisogna osare, che nei momenti difficili bisogna rilanciare: questa terra disgraziata ma bellissima merita il meglio delle nostre energie e non mi sono mai tirato indietro.

Come vedi lo stato attuale dell’editoria italiana e come pensi si evolverà in futuro?

Questo è un momento di passaggio. La rivoluzione digitale si sente anche in questo settore e nel giro di poco tempo cambierà il volto dell’editoria. Bisogna attrezzarsi e non rimanere indietro, aprirsi sempre agli orizzonti più ampi investendo in novità. Ma il profumo della carta dei libri e il piacere di sfogliarli non credo possa passare di moda...

In chiusura, Crispino Di Girolamo lettore: che cosa stai leggendo al momento?

D’estate torno ai classici. In verità ad un libro che conosco quasi a memoria Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. È un libro che amo moltissimo e che sempre sa indicarmi sguardi nuovi per guardare la realtà. Sul comodino ho Terra matta di Vincenzo Rabito il caso letterario del contadino semi-analfabeta di Chiaramonte Gulfi che dice quanti filoni ancora da esplorare ci sono nella letteratura della nostra terra. D’altra parte ho un progetto che prima o poi tirerò fuori dal cassetto: quello di dare vita ad un festival della letteratura siciliana.

Grazie!

Grazie a voi!

Intervista realizzata da Luigi Grisolia

(www.editoriasiciliana.it, A colloquio con..., 10 agosto 2013)

 

La Pungitopo viene fondata alla fine degli anni Settanta da Nino Falcone, già direttore della Biblioteca Comunale di Messina, affiancato dal figlio Lucio, che tuttora guida la casa editrice. In poco tempo, si afferma come una realtà tra le più vivaci in Sicilia, pubblicando studi e testi di cultura regionale, riproponendo ai lettori opere di grandi scrittori (come quelle di Beniamino Joppolo) e facendosi notare anche sul piano nazionale (per esempio, attraverso la cura di alcuni inediti di Alexandre Dumas). Abbiamo avuto il piacere di incontrare l’editore Lucio Falcone.

Come nasce la Pungitopo e come mai questo nome così particolare?

La Casa Editrice nasce esclusivamente dalla bibliofilia di mio padre, e dalla sua passione per il libro, inculcatami sin dalla mia prima infanzia. Un breve aneddoto sull’intitolazione: nei primi anni Settanta, insieme ad un gruppo di amici intellettuali, Nino Falcone pensò di fondare un periodico che partecipasse ad un certo fermento culturale allora vivo in questa fascia tirrenica dei Nebrodi. Pensò a “Il pungitopo”. Ne parlammo a lungo, e gli consigliai una prudenza che poi lo dissuase dall’iniziativa (forse non c’erano le premesse perché durasse tanto oltre l’entusiasmo iniziale). E d’altra parte c’era già tanto materiale dalle raccolte etno-antropologiche da lui curate negli anni, e tanto ‘da dire’ da parte di studiosi e scrittori a noi già vicini, che un bel giorno, con una telefonata, mi annunziò di avere registrato alla Camera di Commercio la Casa Editrice che oggi porta il nome della rivista mai pubblicata.

La linea editoriale della Pungitopo ha da sempre privilegiato la Sicilia: racconta la sua storia, pubblica le sue storie.

La fedeltà alla linea editoriale “siciliana” non è mai stata tradita (ricordo che quasi dalla prima ora nasce l’Almanaccu Sicilianu che ancora pubblichiamo), anche se nel tempo si sono avviate iniziative rivolte non solo all’ambito nazionale, ma anche a quello internazionale (ricordo, ad esempio, la collana dei Canadesi). Direi che la centralità della Sicilia sia rimasta fedele da sempre, anche se affiancata da temi che passano il mare della nostra insularità.

Quali sono i vantaggi e le difficoltà dell’essere un editore indipendente?

Facile cadere in vittimismi che la nostra cultura ben conosce. Sappiamo che la libertà, o l’indipendenza, ha dei costi, che qui al Sud sono elevati. A tanta ricchezza culturale, non corrisponde altrettanta attenzione e disponibilità di chi dovrebbe aiutare iniziative culturali. A questo si aggiungono difficoltà geografiche e logistiche che certamente non aiutano. Siamo distanti da un mercato del Nord, molto più educato alla lettura. Se a tanto si aggiunge una scelta, la nostra, di restar “fuori dalle mura” dei centri di potere, la salita diventa più erta. Ad ogni modo, alla luce del quarantennio di attività editoriale che stiamo traguardando, nessun rimorso.

In qualità di editore ricevi diversi inediti: noti una direzione particolare verso la quale tendono le proposte editoriali?

Tra le tante proposte è la Casa editrice che dà una sua linea, o direzione, come la definite voi. Ma senza nessuna presunzione: mi allineo a quanto scrive Voltaire, «Detesto ciò che dici; ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». Comporta dei rischi sulle scelte, ma mi rasserena la coscienza dar voce a libere espressioni di pensiero, anche se non pienamente condivise. Il nostro è anche un servizio, e l’umiltà è un ottimo antitodo a pericolose malattie.

Tra le ultime uscite, Nuvole e pietre di Giuseppe Loteta e Donne di mare di Macrina Marilena Maffei: ce ne parli? E quali le prossime novità?

Loteta, oltre ad essere diventato un caro amico, ormai lo consideriamo un “nostro autore”. Ci siamo trovati già con Messina 1908 e Romanzo messinese (che romanzo non è, bensì racconti). È, letterariamente ed intellettualmente, a me tanto vicino. Non dico altro su una stima che ormai è incondizionata. Scoprirne anche una vena poetica ha sorpreso anche me: ha spinto su un terreno a lui nuovo le tematiche civili e umane che già facevano parte della sua poetica. E con successo, ritengo.

Il “caso” Maffei è invece altro. Il coronamento di un mio sogno editoriale. Questa straordinaria attenzione al mondo femminile, alle Isole Eolie, al mare, da parte di un’antropologa che stimo (e “corteggio”) da sempre è un traguardo già sperato ma quasi inatteso. E risponde esattamente a quanto personalmente ho profuso già da anni nelle linee editoriali della Pungitopo. Ne è riprova la piccola e ricca collana dedicata alle Eolie, i volumi dedicati alle donne, e la passione che mi lega da sempre al mare (mi riferisco, ad esempio, all’ultimo Piscispada. Sulla cultura del pescespada nello Stretto di Messina, che si affianca ad un altro lavoro, da me curato, su Malanova, Sciroccu e Piscistoccu pubblicato qualche anno fa). Ritengo il lavoro della Maffei e il tema che tratta assolutamente meravigliosi.

Da qualche settimana anche la Pungitopo è sbarcata nel mercato degli ebook. Come vedi questa novità: rappresentano il futuro dell’editoria, una scommessa o “semplicemente” una diversa modalità di fruizione del contenuto?

Detesto le scommesse, e ritengo che sia quasi un dovere offrire opportunità sempre maggiori a tutti di godere di un bene (il libro) nato proprio a questo scopo: una casa editrice “pubblica”, si rivolge ad un pubblico, rende pubblico, non importa se stampa, su carta o in altro modo.

Raccontaci un aneddoto curioso o particolare relativo alla tua esperienza di editore.

Pungitopo vanta di essere l’unica piccola editrice che ha pubblicato Leonardo Sciascia. Le frequentazioni con il Nostro sono ricche di aneddoti: ne colgo uno in particolare, che lo lega a questa nostra esperienza editoriale. Ormai prossimi alla pubblicazione di Ore di Spagna, per emozione o per modestia, mi sono presentato a casa di Leonardo con diverse “prove di copertina”, che avevo fatto curare dai migliori grafici editoriali isolani. In cuor mio poco soddisfatto dei risultati, avevo ‘provato’ anch’io ad abbozzare un mio progetto grafico. Presentati a Sciascia senza paternità, non ebbe nessuna esitazione a preferire il mio. Alla immaginabile soddisfazione professionale, aggiunse: «Sono gli editori a decidere le copertine». Non so quanto valga come aneddoto. Ma per me vale ancora tanto, nella buona e cattiva sorte.

In chiusura, Lucio Falcone lettore: che cosa stai leggendo al momento?

Tanto, perché sono tanti i lavori di cui dovremo occuparci nella prossima stagione editoriale. Dettagliare, per chi non spera altro se non in una pausa estiva, è cattivo. So solamente che quest’attività, questo lavoro, tracimato ormai a livello di vizio, prenderà anche il tempo di vacanza che mi spetta.

Grazie!

Grazie a voi!

Intervista realizzata da Luigi Grisolia

(www.editoriasiciliana.it, A colloquio con..., 25 luglio 2013)

 

La casa editrice Mesogea, sigla del Gruppo Editoriale Gem (le cui origini risalgono al 1886) di Messina, guidato da Ugo Magno, nasce nel 1999 con una vocazione prettamente mediterranea. Infatti, il catalogo ha lo scopo di portare in Italia autori importanti di Paesi che si affacciano sul mare nostrum, a cominciare dal Nord Africa e dalla Turchia. Tra i nomi di punta, non possiamo non citare Jean Grenier, Mouloud Feraoun, Samir Kassir e Abdelfattah Kilito. Recentemente, l’avvio della collana Petrolio ha sancito anche un forte impegno nel settore sociale e di difesa della legalità. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Anita Magno, responsabile dell’ufficio stampa.

Mesogea è prima di tutto un progetto culturale: ce lo descrivi?

Mesogea è l’unica casa editrice in Italia ad essere volta esclusivamente al Mar Mediterraneo. A fine secolo un gruppo di persone, tra cui la traduttrice dal francese Caterina Pastura, l’arabista Elisabetta Bartuli, lo scrittore e critico letterario napoletano Silvio Perrella, hanno pensato che qualcuno doveva pur dare ai “pensieri meridiani” un luogo dove abitare. E così Mesogea ha iniziato a pubblicare libri, saggi, romanzi, cd musicali, dvd e adesso, da pochissimo, anche libri per ragazzi.

Quali sono le collane che caratterizzano la vostra linea editoriale e quali sono le motivazioni alla loro base?

Le collane mesogeiche sono sei: La piccola e La grande sono le storiche, quelle da cui tutto è partito. Poi man mano sono andate ad aggiungersi le altre. Petrolio, i cui libri (inchieste, non fiction, reportages, ecc.) raccontano il buio per tentare di far luce su stati di tenebra permanenti. E poi La micro, microcosmi di carta che entrano ed escono dalle tasche per regalare chicche da leggere e rileggere a prezzo anche molto contenuto. Studi&Ricerche invece è la collana di contributi che vengono dalle Università del Mediterraneo, in enti, istituti ed enti specializzati, per dare alla ricerca qualità e diffusione maggiori. Infine, la collana MesogeaRagazzi, tutta dedicata ai piccoli e a coloro che si sentono piccoli. Il primo libro a inaugurare la collana, non a caso è un libro dal titolo La banda dei Giufà, personaggio diffuso in tutto il Mediterraneo.

Com’è organizzato il lavoro in casa editrice e quanti titoli pubblicate mediamente in un anno?

In casa editrice la segreteria di redazione riceve i manoscritti che li passa alla redazione. La redazione ha un metodo di discussione dei manoscritti collegiale, si discute tutti insieme dei pro e dei contro dell’eventuale pubblicazione di un libro. Questo comporta tempi più lunghi, ma garantisce il massimo impegno e l’accuratezza nel giudizio. In media Mesogea pubblica dagli 8 ai 12 titoli annuali.

Quali sono i vantaggi e le difficoltà dell’essere un editore indipendente?

Per rispondere bene a questa domanda ci vorrebbero molte ore e lustri… ma a farla breve, l’indipendenza è un vantaggio a prescindere, dipendere da grandi catene è sempre un vincolo che spesso condiziona qualità e valore dell’oggetto libro e dell’autore stesso. Riguardo agli svantaggi, mi limito a dirne due, i più importanti: 1) la quasi assenza dalle librerie, dato poi che le librerie indipendenti stanno diventando sempre più rare, 2) le enormi difficoltà promozionali del piccolo editore, quasi mai supportato da una rete promozionale che lo strozzerebbe economicamente, e che quindi deve lavorare libreria per libreria, libraio per libraio.

Come vedi lo stato attuale dell’editoria italiana e come pensi si evolverà in futuro?

L’editoria italiana attualmente è in un momento estremamente difficile e non parlo solo dei piccoli editori ma anche dei medio-grandi. Come andrà in futuro è difficile dirlo, posso dire che i piccoli stanno provando a mettersi insieme come possono, di recente ad esempio è nato Odei, un osservatorio che contiene un’ottantina di editori, il cui obiettivo è quello di preservare la “bibliodiversità”, mantenendo indipendenza e rifiutandosi di sottostare alle leggi dei cosiddetti Big.

Qualche anticipazione sulle prossime novità in libreria?

In questi mesi uscirà un libro sulla rivolta dei gelsomini in Tunisia, scritto da due tunisine che vivono in Italia, tutto dedicato a chi non crede che le primavere arabe siano finite ma, al contrario, siano appena cominciate. Continuiamo il nostro ormai decennale viaggio in Nord Africa e in particolare in Algeria dove, dopo Grenier, Camus, Feraoun, è il turno di Rabah Belamri con Uno sguardo ferito, che ci conduce nella tragedia algerina con un linguaggio asciutto, intenso e molto commovente. E poi… i due libri per i piccoli, La banda dei Giufà a cui ho accennato prima e I mitimatti. Scilla e Cariddi. Ovviamente non potevamo non mettere un tocco siciliano anche a questa collana e abbiamo deciso di iniziare proprio da Messina, la nostra città, che abita sdraiata su un mare mitologico i cui mostri, in questo libro sono dei gran mattacchioni….!

In chiusura, Anita Magno lettrice: che cosa stai leggendo al momento?

Rileggo con immenso piacere Le cose di George Perec e contemporaneamente leggo per la prima volta Ritorno a Haifa del palestinese Ghassan Khanafani, uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, che amo molto e che mi emoziona sempre.

Grazie!

Grazie a voi!

Intervista realizzata da Luigi Grisolia

(www.editoriasiciliana.it, A colloquio con..., 08 maggio 2013)

  

Salvo Zappulla (Sortino, 1961) ha pubblicato diverse opere di narrativa e fiabe per bambini, tra cui ricordiamo, in particolare, Lo sciopero dei pesci, vincitrice del Premio "Prata" (Il pozzo di Giacobbe, con illustrazioni di Carla Manea). Già direttore editoriale della Terzo Millennio di Caltanissetta, ha collaborato con il quotidiano La Sicilia e le riviste I siracusani, La Voce di Romagna, Inout, Il Sud e La voce dell’Isola. Attualmente è tra i redattori del bimestrale Notabilis. Da giugno 2012 ha assunto l’incarico di direttore editoriale della Melino Nerella Edizioni, casa editrice emergente nel panorama siciliano e nazionale. Abbiamo avuto il piacere d’incontrarlo.

Che cosa caratterizza la vostra linea editoriale?

La nostra linea editoriale si caratterizza dal fatto che intendiamo proporci subito al grande pubblico con testi di interesse nazionale. Il primo libro che abbiamo distribuito in Italia, Le ricette di Imma, è un libro interamente a colori, cartonato, con foto realizzate da un professionista. Lo consideriamo un po’ il nostro biglietto da visita, d’altra parte il personaggio lo meritava, è un’autrice conosciutissima e apprezzata in campo gastronomico, non potevamo lesinare investimenti. E i risultati ci stanno dando ragione, il libro di Imma Gargiulo sta ricevendo richieste da ogni parte. Non è un semplice libro di cucina, ma un viaggio antropologico che unisce tradizioni, sani valori e il piacere della buona tavola. Anche un agente letterario tedesco ci ha chiesto i diritti per tradurlo in Germania.

Naturalmente non intendiamo fermarci ai libri di cucina, il prossimo in uscita è il thriller di un’autrice romana che, a mio immodesto parere, ha tutti i numeri per affermarsi come una delle migliori del genere. Quindi qualità del testo, veste grafica elegante e prezzi contenuti, questa la nostra linea. Abbiamo già chiuso il catalogo 2012 con altri testi di letteratura acquistati da alcune agenzie letterarie con cui manteniamo un rapporto di fiducia.

Quali sono i vantaggi e le difficoltà dell’essere un editore indipendente?

vantaggi sono che potendo scegliere in piena autonomia, senza l’assillo di avere un riscontro immediato in termini di vendita, possiamo permetterci di puntare sulla qualità dei testi. Niente sfumature varie che fanno cassetta ma libri pregiati, che contengano un valore artistico, niente mode estemporanee ma una sana programmazione e investimenti su autori conosciuti ma anche giovani. Il prossimo libro è di un’autrice esordiente, lo consideriamo un grosso colpo da parte nostra. Fare editoria e scoprire un talento credo sia la gratificazione migliore per ogni editore che si ritenga degno di questo nome.

Le difficoltà sono legate al fatto di riuscire a trovare spazio e visibilità nelle librerie. I grossi tendono a stritolarci ma con caparbietà intendiamo conquistare la fiducia dei librai e dei lettori.

Come vedi lo stato attuale dell’editoria italiana e come pensi si evolverà in futuro?

Il Paese sta attraversando una crisi senza precedenti e tutti i settori produttivi ne risentono, l’editoria più di altri. Si spera di risalire la china, le idee non mancano, mi pare che fioriscano dappertutto festival del libro e incentivi alla lettura. L’Italia è un Paese di grande civiltà, nonostante la classe politica dominante l’abbia ridotta sul lastrico, troverà le maniere per risorgere e i libri aiutano a ragionare con la propria testa, non andranno mai in estinzione.

La Sicilia, secondo i dati Istat, è la penultima regione italiana per numero di lettori, nonostante gli editori di qualità, come la Melino Nerella, certamente non manchino. Come spieghi questa situazione e, soprattutto, quali potrebbero essere i rimedi?

La Sicilia è fanalino di coda in molti settori, eppure ha prodotto grandissimi scrittori che il mondo intero ci invidia. Forse vivere in un contesto così difficile produce rabbia e forza creativa, è uno stimolo in più. Ci sono anche molti buoni editori i quali operano con grosse difficoltà, in un ambiente particolarmente ostico. Ricordo, anni fa, quando portai i libri della collana “Educazione alla legalità” della Casa editrice Terzo Millennio, in un paesino dell’entroterra palermitano, e un tizio mi minacciò perché aveva riconosciuto la foto di un suo cugino nella copertina. Un galantuomo secondo lui. Uno a cui avevano appioppato l’ergastolo, uno dei peggiori mafiosi che infestavano la nostra terra.

I rimedi: per far fronte alle difficoltà: organizzarsi, mettere da parte i piccoli interessi di bottega e le rivalità, associarsi, rendersi promotori di eventi culturali, coinvolgere le scuole ed essere maggiormente selettivi nelle pubblicazioni. Spesso si fa troppo affidamento nelle sovvenzioni pubbliche o sull’ingenuità di qualche autore disposto a lasciarsi spennare. Meglio operare scelte serie e imprenditoriali.

Annosa questione: libro cartaceo o e-book. Qual è la tua posizione e quali sono i programmi della Melino Nerella per quanto riguarda l’editoria digitale.

Personalmente un libro preferisco toccarlo, accarezzarlo, respirare il profumo della carta stampata ma mi rendo conto che il progresso fa il suo corso e non ci si può opporre, rischieremmo di diventare anacronistici e uscire fuori dal mercato. Ci stiamo attrezzando anche per l’editoria digitale.

Qualche anticipazione sulle prossime novità in libreria?

Ho già anticipato qualcosa nelle risposte precedenti. A Febbraio 2013 usciremo con il thriller di Cinzia Giorgio, L’enigma Botticelli, un romanzo che ritengo una vera pepita. A Maggio è in programma un altro romanzo, surreale questa volta, di un autore che si ispira ai grandi maestri del fantastico, Calvino e Buzzati per intenderci. Chiuderemo l’anno con altre due o tre pubblicazioni, tra cui il romanzo di un’autrice già conosciuta al grande pubblico, tradotta anche all’estero. E poi abbiamo in programma un'antologia di scrittori siciliani, molti autori illustri hanno aderito alla nostra iniziativa. Buon segno, vuol dire che cominciamo a riscuotere consensi.

In chiusura, Salvo Zappulla lettore: che cosa stai leggendo al momento?

Sto rileggendo Cecità di Saramago, un libro che è un monumento alla letteratura, da solo basta a giustificare una intera esistenza. Mi sarebbe piaciuto scriverlo io. Magari ci provo, scrivo Sordità.

Grazie!
Grazie a voi!

 Intervista realizzata da Luigi Grisolia

(www.editoriasiciliana.it, A colloquio con..., 08 ottobre 2012) 

L’esperienza di Navarra Editore, guidata da Ottavio Navarra, nasce nel 2003 intorno al quotidiano free-press Marsala c’è, per poi trasformarsi in vera e propria casa editrice quattro anni più tardi, aprendo una sede a Palermo. Fin da subito è chiaro l’impegno civile e antimafia portato avanti dall’editore, che già nell’aprile del 2008 entra a far parte della lista pizzo-free di “Addio Pizzo”. Inizia un intenso periodo di sviluppo e attività che conosce diverse tappe importanti: nascita della collana di saggistica Officine (2009); prima edizione del Concorso Letterario “Giri di Parole” (2009); apertura dell’attività di formazione (2010, “Lavorare in casa editrice: dal manoscritto al libro”); stipula di un accordo di distribuzione a livello nazionale (2010, con NdA Press); prima edizione di “Una Marina di Libri”, festival dell’editoria indipendente a Palermo (2011).

Oggi la Navarra Editore è certamente una delle migliori realtà editoriali siciliane (e non solo). Abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Ottavio Navarra.

Com’è nata l’idea di fondare una casa editrice, tra l’altro in Sicilia, regione da sempre con indici di lettura molto bassi?

È nata nel 2003 con l'obiettivo di pubblicare un giornale quotidiano free-press di impegno civile in una città siciliana, Marsala. Sentivo l'esigenza di un’informazione più capillare nel territorio in grado di raggiungere quanti non leggono i quotidiani tradizionali e di farlo con un linguaggio semplice, chiaro e diretto.

Che cosa caratterizza la vostra linea editoriale?

L’attenzione ai temi di impegno civile e sociale. Noi siamo una realtà “partigiana”, convinti che nella vita come nel proprio lavoro bisogna scegliere sempre da che parte stare, anche se questo appare difficile e confuso. Perciò, amiamo confrontarci con temi non sempre facili, dare voce a scritture nuove e originali, sperimentare nuovi campi di ricerca e creatività.

Quali sono i vantaggi e le difficoltà dell’essere un editore indipendente?

Sicuramente l’annoso problema della distribuzione che rappresenta un cappio al collo per gli editori indipendenti. Il vantaggio principale è l’assoluta libertà di sperimentazione e ricerca. Gli editori indipendenti sono uno degli strumenti che garantiscono un “pluralismo” di voci e quindi rappresentano uno strumento di ampliamento della democrazia.

Come vedi lo stato attuale dell’editoria italiana e come pensi si evolverà in futuro?

In fortissima trasformazione. Penso dovremo adattarci al fatto che, seppur non verrà meno il bisogno di “raccontare”, è evidente che si modificheranno gli strumenti per farlo. I cambiamenti non devono mai spaventare ma diventare uno stimolo per nuove e affascinanti sfide.

All’inizio di giugno si è svolta la seconda edizione di “Una Marina di Libri”, festival organizzato dalla Navarra Editore a Palermo: un bilancio.

In una parola, “ottimo”. È una formula che ha riscosso un notevolissimo apprezzamento testimoniato dalla partecipazione straordinaria di lettori, circa 30mila, e dalla partecipazione di tantissime personalità del mondo della scrittura e della creatività. La quasi assoluta assenza di fondi non ci ha scoraggiati ma è diventata uno stimolo imponente ad inventarsi strumenti low cost. Confidiamo di costruire una nuova edizione ancora più ricca e articolata. L’aver realizzato questa esperienza insieme al Consorzio Commerciale Naturale di Piazza Marina ha rappresentato anche la necessità di trovare nuovi stimoli nel coinvolgimento del territorio e del suo tessuto economico.

Qualche anticipazione sulle prossime novità in libreria?

Avvieremo il settore dell’editoria per ragazzi, rafforzeremo la nostra collana Fiori di campo, e poi le sorprese che verranno dal nostro concorso letterario “Giri di Parole”. A fianco di tutto ciò potenzieremo altri settori del nostro lavoro culturale.

In chiusura, Ottavio Navarra lettore: che cosa stai leggendo al momento?

Sto completando il bellissimo libro di Antonella Agnoli, Caro sindaco, parliamo di biblioteche.

Grazie!

Grazie a voi!

Intervista realizzata da Luigi Grisolia

(www.editoriasiciliana.it, A colloquio con..., 03 settembre 2012)

 

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Armando Donato nasce a Messina nel 1973. Laureato in Turismo e Ambiente, è studioso di storia e architettura militare, nonché collezionista, in particolare del complesso periodo della Seconda Guerra Mondiale. Collabora con varie associazioni locali e nazionali, tra cui “Amici del Museo di Messina”, “Accademia di San Marciano” e "Società Italiana di Storia Militare", e gestisce il sito web www.festungmessina.org. È autore di varie pubblicazioni, tra cui Messina obiettivo strategico. Organizzazione difensiva ed eventi bellici 1940-1943 (Edas). Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo.

Il titolo del suo saggio chiarisce subito: Messina, durante la Seconda Guerra Mondiale, è stata, nel bene e nel male, protagonista. Ma forse in pochi lo sanno...

Si, in effetti non molti sono a conoscenza del fatto che, così come accaduto in eventi bellici passati, Messina e l’Area dello Stretto furono interessati da un importante evento storico come il secondo conflitto mondiale, giocando un ruolo fondamentale per le sorti della guerra nello scacchiere mediterraneo ed europeo. Non a caso già subito dopo l’ingresso in guerra dell’Italia, iniziarono le prime timide incursioni aeree notturne della RAF, contro le strutture portuali e ferroviarie, allo scopo di interdire o rendere difficoltoso l’approvvigionamento bellico che dal continente transitava in massima parte dallo Stretto, verso la Sicilia e l’Africa.

Ma all’inizio del 1943 con le progressive vittorie alleate in Africa sino allo sbarco in Sicilia nel luglio dello stesso anno, Messina divenne ancora più significativa in quanto considerata, da parte italo-tedesca, asse di rifornimento e poi unica via di ritirata verso il continente, e per gli Alleati obiettivo tattico dell’Operazione “Husky”, che prevedeva il rapido arrivo a Messina e l’accerchiamento del nemico sull’isola; fatto che però non ebbe pieno successo, consentendo il protrarsi della guerra sulla penisola.

Ciò spiega gli incessanti bombardamenti aerei terroristici anche diurni che colpirono la città dal gennaio all’agosto 1943, a cura dell’azione combinata della RAF e dell’USAAF, che di fatto andarono ben oltre il previsto, dati i molti obiettivi civili colpiti e la demolizione quasi totale della città, a causa degli ordigni incendiari e ad alto potenziale esplosivo, sganciati secondo tecniche di bombardamento che si rifacevano all’area bombing e alla saturazione dell’obiettivo.

Quale main target, la città ha subito ripetuti bombardamenti aerei, soprattutto nel 1943. C’è un episodio, tra i tanti, che vuole ricordare?

Gli episodi come si può immaginare sono molteplici, soprattutto tra luglio ed agosto 1943 in cui la potenza bellica americana, in particolare, si scatenò senza soluzione di continuità contro gli obiettivi. Vorrei citarne alcuni.

Uno dei più significativi fu quello del 25 giugno 1943, in cui Messina fu colpita in pochi minuti da 270-300 tonnellate di bombe sganciate da 130 Boeing17 “Flying Fortress”, del NAAF (Northwest African Air Force), i famosi bombardieri quadrimotori strategici da alta quota, dotati di motori sovralimentati. Gli stessi piloti dopo quell’attacco coniarono la frase, «Messina in a mess», un tragico gioco di parole che significa “Messina nei guai”. Si trattò probabilmente di un tipico attacco preventivo in vista dello sbarco alleato sull’isola, effettuato due settimane dopo, e che fu la più cospicua operazione anfibia in grande stile mai attuata relativamente al primo giorno (sette divisioni contro le cinque dello sbarco in Normandia).

Un altro attacco molto pesante fu quello del 5 luglio in cui 85 B24 Consolidated Liberator (cugini dei B 17) della 9^ Air Force, sganciarono 200 tonnellate di bombe. Tuttavia vorrei anche ricordare, a riprova dell’accuratezza dei bombardamenti, l’episodio dell’1 aprile 1943, allorquando due B 24 in missione speciale, furono inviati a bombardare la stazione, volando sotto i 100 piedi di quota. Fatto a dir poco rischioso considerando la mole di queste macchine.

Infine come non rammentare il tragico attacco da parte di piccola formazione di B24 in pieno giorno del 30 gennaio 43, che costò la vita a decine di cittadini sorpresi in piazza del popolo e zone limitrofe.

Il generale Patton arrivò il 17 agosto 1943 in una Messina completamente distrutta.

Sì, anche se in realtà gli americani della 7^Armata del tenente generale Patton erano già sul territorio peloritano il giorno 16. Ovviamente la città era stata devastato da milioni chili di ordigni, seppur le strutture antisismiche erette durante la ricostruzione post-terremoto del 1908, riuscirono comunque a resistere anche se danneggiate.

La popolazione nel frattempo era in parte sfollata nei villaggi collinari o in provincia e in parte chiusa nel terrore all’interno dei vari ricoveri antiaerei, in situazioni psicologiche e igienico- sanitarie facilmente immaginabili.

Tutti conoscono l’Operazione “Husky” (lo sbarco in Sicilia) e l’Operazione “Baytown” (quello in Calabria) ma altrettanto importante, soprattutto da un punto di vista strategico, fu l’Operazione “Lehrgang”. In cosa consistette?

“Lehrgang” che significa “dimostrazione” o “corso di insegnamento”, fu un’operazione di disimpegno delle forze tedesche dalla Sicilia al continente attraverso lo Stretto di Messina, effettuata dall’ 11 al 17 agosto 1943.

Di fatto fu la fase finale delle strategie difensive messe in atto già la prima settimana dopo lo sbarco alleato sull’isola e in particolare dal 26 luglio, allorquando l’OKW, ovvero il Comando Supremo della Wehrmacht, aveva dato ordine di non resistere oltre, ma piuttosto di programmare, in accordo con le residue forze italiane, una fase di contenimento dell’avanzata angloamericana, attraverso quattro linee difensive, tre di evacuazione, più un’ultima area di estrema difesa minata e fortificata, che permettessero l’arrivo progressivo a Messina delle quattro divisioni presenti sull’isola e il conseguente traghettamento in Calabria, mediante un sistema ben congegnato di vettori, che operavano sotto la protezione di un sistema difensivo dello Stretto ad alta densità mai visto prima. Esso era infatti forte di circa 300 pezzi di artiglieria italo-tedesca denominato “flak glocke”, ovvero campana contraerea, che l’aviazione alleata, nonostante la grande superiorità non riuscì a penetrare, non riuscendo a bloccare il trasferimento di truppe, armamenti e materiali vari sul continente.

Citando qualche cifra, i tedeschi in sette giorni riuscirono a traghettare 25.669 uomini, 5.529 veicoli, 40 carri armati, 94 pezzi di artiglieria e 6.855 tonnellate di materiale vario. Dal 3 al 17 in totale furono traghettati 39.570 uomini. Se a questo dato aggiungiamo i 62.323 uomini traghettati dagli italiani mediante una operazione a parte, dal 3 al 17 agosto 1943 fu trasferito in Calabria un totale di 101.893 uomini. Un successo che stupì gli stessi tedeschi e fu riconosciuto anche dagli ufficiali alleati; basta leggere le relative dichiarazioni.

Tuttavia avendo letto scritti e dichiarazioni varie anche a livello locale, che marchiano le operazioni di trasferimento in continente, come una fuga paragonata alla sconfitta e ritirata anglofrancese di Dunkerque nel 1940; sottolineo che in realtà non è così, poiché mentre Dunkerque fu di fatto un’inaspettata sconfitta con conseguente precipitoso reimbarco verso l’Inghilterra, “Lehrgang”, così come le altre attività di traghettamento nello Stretto, fu la fase finale di una operazione di disimpegno e ritirata strategica combattuta, studiata a tavolino ed eseguita scientificamente sul campo.

L’esercito italo-tedesco infatti, pur soffrendo problemi politici, organizzativi e disaccordi vari, ed operando in netta deficienza sotto ogni aspetto, a confronto col nemico che tra l’altro combatteva mediante la combinazione armonica e sinergica delle tre forze principali (esercito, aviazione e marina), agiva secondo una scuola di combattimento terrestre di prim’ordine, grazie alla quale riuscì a ritardare e contenere l’avanzata nemica sull’isola, creare una corridoio protetto nello Stretto, sbarcare in Calabria e ritirarsi verso il Nord della Penisola.

Nel libro, il racconto storico è accompagnato dalla descrizione minuziosa delle forze in campo e delle strategie militari, spesso col supporto di tabelle e mappe. Ci sembra evidente la volontà di andare ben oltre la mera narrazione delle vicende belliche riguardanti Messina e di fornire al lettore anche un quadro generale delle operazioni militari, in particolare dal punto di vista degli italo-tedeschi, ovvero dei “vinti”. Conferma tale impressione?

Sì, la confermo. Ho voluto trattare le vicende belliche sine ira et studio, ma offrendo nuovi spunti circa i fatti realmente accaduti e spesso sconosciuti o raccontati e descritti male anche a Messina. Ho inoltre messo in evidenza alcuni aspetti poco conosciuti se non direttamente trascurati, riguardati i “vinti” in particolare, nel tentativo di fornire un quadro chiaro e aderente alla realtà di quei giorni.

La trattazione in modo tecnico è una precisa scelta adottata per dare proprio un taglio specifico all’argomento ed evitare di scadere appunto nella mera trattazione dei fatti, che a mio parere, circa la storia militare, vanno contemplati secondo più approfondite conoscenze acquisite in anni di studio, motivati dalla passione. Ritengo che lo studio della storia nel senso canonico sia un fatto, mentre quello della storia militare sia un altro discorso, presuppoendo come detto poc’anzi, specifiche e più approfondite conoscenze relative ai molteplici aspetti che la compongono; e mi riferisco ad esempio all’uniformologia, all’architettura, alle strategie, gli armamenti e quant’altro.

In effetti questo modus operandi ha prodotto i suoi risultati, essendo il volume stato richiesto e apprezzato sia in Italia che all’estero, considerando che dal 1976 è l’unica specifica pubblicazione edita a Messina, dotata tra l’altro di immagini in massima parte inedite.

I suoi ultimi studi riguardano i Cannoni di Grotte, ritrovati sui fondali dello Stretto. Quali sono i risultati di tali ricerche?

Occupandomi anche di artiglierie ad avancarica, alcuni anni addietro ho analizzato i due massicci cannoni oggi sistemati sul lungomare di Grotte. Dalle ricerche storiche, analisi e misurazioni, per la verità nemmeno tanto complesse, circa il riconoscimento e l’identità dei pezzi, è risultato che si tratta di cannoni navali in ghisa borbonici (massimo calibro) di fine Settecento, prodotti in Svezia presso le fonderie Åkers. Le ricerche hanno permesso di risalire con un notevole margine di attendibilità, alla nave sulla quale erano armati e soprattutto motivare il perché furono portati in loco e poi ritrovati circa mezzo secolo addietro. Tra l’altro, i risultati dello studio che ho condotto saranno pubblicati a breve sul bollettino d’archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare.

Si tratta di un fatto unico, poiché nessuno dal ritrovamento ad oggi si è preoccupato di studiare questi reperti, accontentandosi di ripetere quanto riportato dai due cartelli che erroneamente li indicano come inglesi. Ma devo purtroppo segnalare che circa questi temi, piuttosto delicati e complessi, a Messina vi è molta improvvisazione, pressapochismo e pochissima competenza, che di certo non portano vantaggi dal punto di vista culturale e storico, visti anche alcuni fatti accaduti di recente con altre artiglierie d’epoca.

Approfitto per ricordare a chi di competenza, che anche i cannoni sono beni culturali di interesse storico e che quindi andrebbero trattati così come prescrive la legge, ovvero attraverso appositi restauri, conservazione e ubicazione in luoghi idonei e fruibili, quindi non certo in luoghi vietati al pubblico, o peggio in abbandono oppure in monumenti all’aperto.

In ogni caso la Soprintendenza di Messina, alla quale ho inviato un’apposita relazione, ha autorizzato la sostituzione degli attuali erronei cartelli. Siamo quindi in attesa che questa semplice e poco dispendiosa operazione sia eseguita dall’ente competente, ovvero il Comune.

Grazie!

Grazie a voi!

Intervista realizzata da Luigi Grisolia

(www.editoriasiciliana.it, A colloquio con..., 18 giugno 2012)

 

ULTERIORE APPROFONDIMENTO
- VAI ALLA RECENSIONE DI LUIGI GRISOLIA al libro Messina obiettivo strategico


Giulia Carmen Fasolo è la direttrice editoriale delle Edizioni Smasher, vivace realtà editoriale della provincia messinese, per la precisione di Barcellona Pozzo di Gotto. Ma non solo editoria: “Smasher” è prima di tutto un’associazione sociale molto impegnata sul territorio. Il catalogo della casa editrice si caratterizza per l’attenzione riservata alla narrativa, e in particolare alla poesia, genere solitamente “bistrattato” dal mercato editoriale. Tra le ultime pubblicazioni, il romanzo I segreti del cuore di Denis Loparco e la silloge poetica Inchiostri d’arance e di minuti persi di Monica Musolino. Abbiamo avuto il piacere di incontrarla.

Giulia, innanzitutto parlaci dell’Associazione “Smasher”: quando nasce e di cosa si occupa.

L’Associazione “Smasher” nasce informalmente nel dicembre del 2004 e si costituisce, registrando il proprio statuto presso l’Agenzia delle Entrate, nel gennaio 2005. Insieme ad altri soci, è stata fondata in memoria di Carmelo Salamone, un giovane scomparso prematuramente il 10 marzo del 2003, alla giovane età di 19 anni. La filigrana che da sempre ha animato e anima l’Associazione “Smasher” è l’attenzione al territorio, allo sviluppo sociale e ambientale, alla creatività, alla divulgazione della cultura e del benessere degli esseri umani. La pace e la solidarietà, assunti legati ai principi che lo stesso Carmelo Salamone aveva, sono certamente i pilastri fondanti che permettono a tutto il resto delle nostre attività di sopravvivere.

L’associazione struttura e dirama le sue attività principalmente in tre settori: il settore sociale, il settore culturale e formativo e il settore editoriale. La quotidianità della “Smasher” – la cui sede operativa si trova a Barcellona Pozzo di Gotto in via Umberto I n. 110 – si esplica nell’attuazione costante e appassionata degli obiettivi statutari. Finalità che divengono concretezza attraverso la passione di volontari e di professionisti, ciascuno per le proprie competenze.

Il settore editoriale ha motivo d’esistere anche e soprattutto per sostenere tutte quelle attività sociali che portiamo avanti ogni giorno (penso alla “Casa del Sorriso” o allo Sportello “Stop all’escluso”). Progetti sociali che non si sostengono con l’ausilio di finanziamenti pubblici, ma grazie alle pubblicazioni editoriali i cui ricavati – nel rispetto dello statuto – vengono reinvestiti nelle attività sociali programmate. Certamente, diamo attenzione anche al settore occupazionale, ma la passione sociale è ciò che anima ogni altra azione e ogni altra “impresa sociale”.

Qual è la linea editoriale delle Edizioni Smasher?

In verità, la linea editoriale delle Edizioni Smasher, il gruppo editoriale no profit, è strettamente legata al proprio statuto: far emergere la creatività e il talento. In qualità di Direttore Editoriale delle Edizioni Smasher (e amministratore formale della stessa “Smasher”), nessuna pubblicazione nasce se non dalla promozione di ciò che rappresenta.

Spesso, di fronte a uno scaffale in libreria, il lettore è spinto a girare il volume che prende in mano e a guardare nel basso della quarta di copertina. Il prezzo rende appetibile o meno quel volume. Oppure, ancora, l’aspirante scrittore ritiene di poter pubblicare solo attraverso un ingente pagamento contrattuale alla casa editrice.

Non voglio dettagliatamente entrare in merito all’editoria a pagamento, perché ciascuno ha il diritto di declinare il proprio lavoro come meglio crede, ma non posso che sottolineare la linea editoriale della casa editrice che rappresento. Da noi non si paga. E questo non può che avere una diretta e chiara conseguenza: se un libro non è talentuoso, se una storia non appassiona o – ancora peggio – non racconta un messaggio, avrebbe poco senso investire del denaro per una pubblicazione senza futuro. In questo, noi ci differenziamo da una tipografia: non stampiamo qualsiasi cosa, noi pubblichiamo un libro.

Quali sono le difficoltà più grandi che un piccolo editore si trova a fronteggiare?

In prima istanza, le difficoltà dipendono da due cose: far pagare il contratto editoriale, non farlo pagare. Noi apparteniamo a questo secondo gruppo. Ma appare evidente, senza ulteriori sollecitazioni concettuali, che se non facciamo pagare un autore, per sopravvivere abbiamo necessità di vendere i libri. Questa è l’unica nostra fonte di sussistenza, è l’unico modo per retribuire i redattori ed è l’unico modo per pubblicare altri volumi.

Guardando la situazione da una prospettiva più ampia, si possono evidenziare anche ulteriori elementi limitanti: la distribuzione (la percentuale sul prezzo di copertina chiesta dai distributori è altissima, oltre il 50%); la presenza negli scaffali delle librerie (non tutte mettono i nostri libri nel giusto spazio); le fiere del libro (in particolare i costi altissimi); gli eventi e i reading (pur trovando le location giuste, non sempre nuovi lettori si appassionano ad Autori che non conoscono); eccetera.

Non solo libri, ma anche testate giornalistiche: il portale on line barcellonapg.it e la nuovissima rivista Trame Urbane.

Sì, certamente. Barcellonapg.it, portale dal 2002 e testata giornalistica on line dal 2005, rappresenta l’inizio di una grande avventura giornalistica, quella legata alla passione di raccontare i fatti che costruiscono le nostre quotidianità. Il giornalismo è una passione vecchia dell’uomo, se vogliamo. La nostra si coniuga con la capacità di costruire le notizie partendo dalle giuste fonti, di carpire i vissuti della gente, di raccontare gli avvenimenti curandoli anche sotto un profilo squisitamente riflessivo e umano.

Trame Urbane è una giovane rivista molto legata alle scienze sociali, per quanto ancora non è strutturata in un determinato modo per essere considerata una rivista scientifica. Ciò che Trame Urbane può rappresentare è proprio il concetto di “libertà del pensiero e della creatività”. Monica Musolino, sociologa messinese e assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Messina, ha avuto la possibilità di sperimentare la sua professionalità non confinandola per forza in schemi tradizionali se non addirittura ortodossi. Le Edizioni Smasher hanno dato a lei una opportunità (squisitamente editoriale), ma lei ha offerto alla casa editrice la sua indubbia preparazione. Molte altre sono state le avventure giornalistiche, per la verità. Penso a Metropòlis, penso a Voci autogestite, eccetera. Ogni rivista sorge sui fondamenti statutari e da essi dipana il proprio taglio editoriale.

Da poco avete lanciato il progetto “Scritto a mano”: in cosa consiste?

Il progetto "Scritto a mano", coordinato da Stefania Bellinvia (laureata in Editoria e Giornalismo) è una delle azioni talentuose del nostro gruppo editoriale. Rappresenta una novità non facilmente ritrovabile in giro. L’idea è quella di scrivere a mano un’opera, in particolare un’opera poetica. Penso al lavoro infaticabile degli amanuensi, che in passato facevano della propria calligrafia lo strumento professionale e divulgativo per eccellenza. Noi tentiamo, con la grafia che abbiamo proposto, di accogliere il favore dei lettori. Coloro che, vendendo l’esempio grafico sul nostro portale, lo ritengono un esempio di calligrafia, possono contattarci per capire meglio che tipo di servizio offriamo.

Qualche anticipazione sulle novità di prossima pubblicazione?

Le anticipazioni sono davvero tante, vi basti pensare che abbiamo oltre 40 volumi in lavorazione. E la pubblicazione, in un anno, di 40 volumi sono per una giovane e siciliana casa editrice un traguardo di tutto rispetto. Siamo consapevoli dei nostri limiti, ma con la medesima energia conosciamo i nostri pregi, le nostre qualità e la nostra passione editoriale.

I redattori che collaborazione con la Smasher (penso a Cinzia Crinò, Fabrizio Calorenni, Rosabel Fazio, Stefania Bellinvia, Antonella Taravella, Valeria Vaccaro, eccetera), sono i pilastri di questo eccellente lavoro. Nessuna pubblicazione avrebbe la medesima qualità senza il loro apporto, ciascuno per le proprie competenze e per il proprio settore di intervento editoriale. In molti sottolineano la qualità della Smasher. Io desidero sottolineare che questo è dovuto perché dietro non vi è solo una “direzione adeguata agli obiettivi”, ma anche e soprattutto perché vi è una squadra capace di lavorare, coordinandosi, nel modo migliore. Anche quando il suo direttore è assente! Il talento non è solo di colui che scrive un’opera, ma appartiene anche a colui che questa opera la presenta e la struttura editorialmente.

Abbiamo ancora molta strada da fare, l’umiltà e la volontà non ci mancano. Uniti, però, da aspirazioni che non sono eccessive, ma sono adeguate agli strumenti che possediamo e alla voglia di dare un apporto diverso al mercato editoriale. Tanto spesso, anche nelle nostre zone, abbiamo tante forme, con rare sostanze. Da noi, invece, la sostanza c’è… e aumenta ogni giorno di più.

Grazie!

Grazie a voi per la vostra preziosa attenzione. Anche l’interesse di portali come il vostro aiuta la bellezza e la genuinità di una Casa Editrice come la nostra.

Intervista realizzata da Luigi Grisolia.

(www.editoriasiciliana.it, A colloquio con..., 28 maggio 2012)

 

ULTERIORE APPROFONDIMENTO
- Consulta il catalogo delle Edizioni Smasher
 


Fausta Di Falco è titolare della Verba Volant Edizioni, giovane casa editrice di Siracusa, che si caratterizza per due aspetti in particolare: da una parte, non chiede alcun tipo di contributo all’autore per la pubblicazione; dall’altra, punta molto sugli esordienti. Una politica che ha già portato delle belle soddisfazioni, rappresentate dal successo del romanzo Apocalisse in pantofole di Francesco Franceschini e di Psicometrica. Memorie da un futuro remoto, una graphic novel di Giacomo Pilato e Simone Brusca. L’ultima novità è Morsi d’Africa di Giorgio Trombatore. Abbiamo avuto il piacere di incontrarla.

Fausta, quando la decisione di fondare Verba Volant?

Eravamo alla fine del 2004. Una volta presa la laurea in Lettere ho cominciato a guardarmi un po’ intorno. Non volevo fare l’insegnante (e fra l’altro ormai è una carriera difficilissima e sofferta!) e mi sarebbe piaciuto lavorare per una casa editrice. Qui in Sicilia, però, non c’era la possibilità di fare qualcosa di concreto e avrei dovuto provare a “espatriare”. Io però non volevo essere costretta ad andar via per costruire la mia vita, l’avrei vista già come una sconfitta. Così, con coraggio e molta incoscienza, mi sono lanciata in questa avventura.

Non è stato per nulla facile, soprattutto all’inizio. Troppe porte chiuse in faccia, in primo luogo dai distributori con i quali ho avuto pessime esperienze. Così, a un certo punto, un po’ scoraggiata e presa da altre attività (perché con la sola casa editrice non guadagnavo quasi nulla) ho un po’ mollato la presa e ho trascurato la mia “piccola”. Da un paio di anni, però, ho ripreso in mano la situazione e mi sono detta che nessuno avrebbe potuto fermarmi! Così è iniziato il nostro percorso di crescita. Ad affiancarmi altri giovani che credono in questo progetto.

Le difficoltà per un piccolo editore sono note, e partono fin dalla distribuzione. Qual è la tua esperienza in merito, soprattutto in relazione alla Sicilia?

In effetti si tocca un tasto dolente che mi ha fatto pensare tanto e che continua a darmi problemi. Avere una distribuzione nazionale è quasi impossibile. Come dicevo prima uno dei motivi che mi hanno fatto un po’ mollare la presa per un periodo è stata la risposta molto sgarbata di un distributore del Nord Italia che mi diceva di non prendere in considerazione una piccola casa editrice del Sud!

Adesso però sono arrivata a un livello di distribuzione direi accettabile. Continuo a darmi da fare per intrecciare sempre nuovi rapporti e sono molto lontana dall’essere soddisfatta; ho vari contratti per varie regioni d’Italia. Non sono coperta in tutte le zone ma mi sto attrezzando, colmando le lacune con librerie fiduciarie. Alcuni distributori/promotori sono molto efficienti, altri molto meno, ma almeno i lettori possono ordinare i libri. Per quanto riguarda la Sicilia non ho avuto belle esperienze. Il mio distributore non faceva un buon lavoro così ho preferito rescindere il contratto, scegliere solo alcune librerie per città e distribuire in maniera diretta solo in quelle. So che è il colmo ma proprio nella mia regione non ho trovato ancora qualcuno che faccia al caso mio…

Una scelta importante è quella di non chiedere alcun contributo all’autore, in nessuna forma.

Sì, questa è la prima cosa che precisiamo quando parliamo della casa editrice: l’autore non paga per pubblicare. E non paga sul serio, perché so che ci sono alcuni che chiedono soldi per l’editing o per altre cose. Se ci piace e pensiamo abbia mercato investiamo e pubblichiamo. Certo i soldi sono pochi e quindi dobbiamo fare un’accurata selezione e pubblicare solo poche cose. Ma anche questo, penso, sia garanzia di qualità. Noi cerchiamo di curare i nostri libri in tutti gli aspetti, anche estetici e speriamo che puntare sulla qualità alla fine paghi! Purtroppo l’editoria a pagamento svantaggia i piccoli editori che cercano di fare quella che secondo noi, non è la vera editoria. Infatti i giornalisti o le librerie che contattiamo sono sempre un po’ sospettosi all’inizio visto che vengono tempestati da richieste di autori che hanno pubblicato a pagamento.

Il libro Le parole del Giglio, racconti inediti di Oscar Wilde curati da Gianni Di Noto Ascenzo, è stato uno dei vostri primi successi.

Sì, è vero. È stato proprio con i racconti inediti di Oscar Wilde che ho ripreso a lavorare con passione e tenacia. I racconti hanno avuto successo (soprattutto al di fuori dalla Sicilia!). Sono stati recensiti un po’ ovunque, anche da importanti testate nazionali. Il Messaggero ci ha dedicato un’intera pagina con un articolo di Renato Minore. Anche il Sole 24 ore ci ha dedicato dello spazio nel domenicale. Non posso non ricordare Gianni di Noto Ascenzo, il curatore del volume, che dopo un lunghissimo lavoro ha rintracciato questi racconti di tradizione francese.

Come mai la decisione di dedicare un’intera collana al genere della graphic novel?

Da sempre ho amato i fumetti: chi entra a casa mia non può fare a meno di notare una libreria che occupa l’intera parete, realizzata apposta per la mia collezione di Topolino, fumetto con il quale ho imparato a leggere e che a leggere tuttora! L’interesse per la graphic è maturata da qualche anno, anche grazie al mio amico Simone Brusca che mi ha fatto conoscere tanti straordinari disegnatori. Così pian piano lo scaffale dedicato a questo genere di pubblicazioni si è allargato.

Quando Simone mi ha parlato della sua idea di scrivere un fumetto sullo sfruttamento dei lavoratori per la produzione si oggetti di uso comune (Psicometrica. Memorie da un futuro remoto) ho pensato che creare una collana di fumetti sarebbe stata un’ottima idea per vari motivi: coniugare la mia passione per l’arte e la letteratura, fare qualcosa di nuovo (qui in Sicilia, a quanto mi risulta, siamo gli unici ad avere una collana dedicata), rivolgere lo sguardo verso un genere che da noi sta muovendo passi da gigante.

Parliamo dell’ultima pubblicazione, di Morsi d’Africa.

Giorgio Trombatore mi ha contattato in estate. Aveva già pubblicato un libro ma era “incappato” in un editore a pagamento. Stavamo lavorando a Psicometrica e la coincidenza di alcune tematiche mi ha colpito. Così ho deciso di pubblicarlo; in effetti si tratta di una sorta di diario che Giorgio, operatore umanitario nelle zone più calde del mondo da vent’anni, ha scritto per condividere le sue esperienze.

Quali sono i progetti editoriali per il 2012? E quale il prossimo volume in arrivo?

Il volume che è appena uscito fa parte della collana per bambini, contraddistinta dal formato quadrato. Si tratta di un libro del quale vado molto fiera perché è stato scritto da un’amica siracusana, bravissima e ormai affermata scrittrice per bambini: Annamaria Piccione. Vi dico solo che mentre lavoravamo al volume lei pubblicava per Einaudi ragazzi! Il testo si intitola Mangiamo a tinchitè ed è un libro di cucina siciliana per bambini. La Sicilia racconta di lei e dei suoi figli e figlie (le città siciliane). Ognuno porta ad un grande pranzo “immaginario” un proprio piatto tipico. Alle ricette si affiancano favole, miti e curiosità sugli ingredienti più “siculi”.

Per quanto riguarda le novità in uscita… Ad aprile e maggio parteciperemo a due importanti fiere: il Comicon di Napoli e il Salone del Libro di Torino. Per queste occasioni usciremo con tre novità, una per ogni collana principale: per il graphic novel Diario della pioggia, scritto da Marcello Benfante e disegnato da Gianni Allegra. Per la collana di narrativa usciremo con Amorizzazioni di Suse Vietterlein (traduttrice tedesca di Carofiglio e Parrella tra gli altri). Un romanzo assolutamente surreale con prefazione di Aldo Nove. Per la collana per bambini uscirà invece Il mostro nell’armadio, una favola scritta da Alessio di Simone e illustrata da Alessandro di Sorbo, il ragazzo che ultimamente ha curato l’illustrazione di alcune nostre copertine.

Prima di ringraziarvi e salutarvi vorrei però spendere qualche parola su un romanzo che mi piace tanto e sta andando avanti piuttosto bene: Apocalisse in pantofole di Francesco Franceschini, insegnante e speaker di Terni. Questo anche per sottolineare che non tutti i nostri autori sono siciliani. Riceviamo molto spesso mail e proposte da autori molto lontani dalla Sicilia e questo, naturalmente, ci riempie di piacere perché ci fornisce la conferma che i nostri lettori sono sparsi un po’ ovunque.

Grazie!

Grazie a voi!

Intervista realizzata da Luigi Grisolia.

(www.editoriasiciliana.it,  A colloquio con..., 12 marzo 2012)

 

ULTERIORI APPROFONDIMENTI
- La scheda de Le parole del Giglio
- La scheda di Apocalisse in pantofole
- La scheda di Psicometrica. Memorie da un futuro remoto
- La scheda di Morsi d'Africa


Simona Lo Iacono vive a Siracusa e svolge la professione di magistrato. Ha esordito con Tu non dici parole (Lab), vincitore del Premio “Vittorini”, sezione “Opera Prima” 2009, e ha pubblicato, l’anno successivo, insieme a Massimo Maugeri, La coda di pesce che inseguiva l’amore (Sampognaro e Pupi). Collabora con vari magazine e con il blog Letteratitudine del citato Maugeri, dove cura la rubrica Letteratura è diritto. Nel 2011 è uscito, per i tipi Cavallo di Ferro, la sua ultima fatica letteraria, Stasera Anna dorme presto. Abbiamo avuto il piacere di incontrarla per parlarne.

Stasera Anna dorme presto è un romanzo costruito con la tecnica del monologo interiore. Infatti, la narrazione si svolge attraverso i pensieri e le riflessioni dei quattro protagonisti, sembra di sfogliare le pagine dei loro diari. Come mai questa scelta?

La scelta si è imposta ascoltando “le voci”. Accade spesso, quando scrivo. Sono preceduta da un suono, una scia da afferrare che parla. È la voce. Si presenta subito connotata, venata dalla sua emozione, dalla sua esperienza. Io ancora non conosco nulla di lei, devo seguirla. Seguendola, assecondandola, scopro la sua storia. È una rivelazione ed anche il più grande mistero della scrittura: farci fare un viaggio che svelerà segreti, che dipanerà matasse, che in ogni caso non ci restituirà a noi stessi se non cambiati, travolti dall’avventura, con uno sguardo nuovo, un’angolazione diversa. Ecco perché ogni voce ha il suo timbro, la sua personalità, il suo passato. Perché ognuna racconta la propria, personalissima, storia.

La protagonista, Anna, è una donna che si sposa e lascia la Sicilia per correre dietro a un’illusione.

Anna non corre dietro a un’illusione qualsiasi. In realtà segue un destino prefigurato dagli altri che a lei appare il proprio. Che le sembra di avere scelto. Accade nella vita di sbagliare rotta, di tradire non tanto l’altro quanto se stessi, la vocazione alla propria identità, alla conoscenza interiore. Si colpisce un falso bersaglio perché non si conosce l’obiettivo. Si segue una aspirazione all’eternità ma imprimendola sugli uomini. E, dunque, ci si vendica spesso contro il persecutore sbagliato.

Anna scappa da una terra in cui la condizione della donna è ancora difficile. «In quel mondo si dettavano leggi per allevare buone mogli e buone madri. Si sussurravano lamenti a fiato basso, s’ingoiavano lacrime e pensieri. In quel mondo la prima regola era non chiedere e – soprattutto – non chiedersi mai niente. Ché porsi domande è la prima sciagura, figlia mia, ti diceva tua madre».

Eh sì. Siamo nella Sicilia degli anni Sessanta. La riforma del diritto di famiglia è del 1975. Una donna è madre e moglie. Non può disporre dei propri beni. Non può scegliere una professione. Anzi, molte professioni le sono precluse. Anna inevitabilmente risente di questo clima limitante che – tuttavia – è connotato storicamente solo perché è innestato in quel periodo, ma allude – metaforicamente – a ogni privazione della libertà, a ogni mancato riconoscimento della vocazione, a ogni ingabbiatura del talento che ci identifica e, attraverso quella identificazione, ci pone all’interno di un progetto vitale. La condizione della donna è dunque, nel libro, allusione alla condizione di ogni stato di privazione, in famiglia come nella società.

Il rapporto tra Anna e suo marito Carlo diventa ben presto una sorta di abitudine: si va avanti per inerzia, non si comunica, non c’è amore.

Avviene quando all’amore si sovrappone il giudizio. Carlo giudica Anna, la osserva, la soppesa. Non è disarmato, non è umile, penitente innanzi all’amore per l’altro. È un invasore che saccheggia (di Anna ama la sua vocazione al sogno pur senza comprenderla). È un dominatore che resta irretito dalla propria trappola, che abdica alla funzione di un amore pieno: commuoversi innanzi alla diversità dell’altro, provarne stupore.

La grande passione di Anna è leggere e scrivere: «Vedi i libri. E, dove ci sono libri, Anna, sei a casa». Ma suo marito non la concepisce: «Brutta mania, questa dei libri, Anna. Brutta mania. Lo sai che Carlo non te l’ha mai perdonata. Quando hai perso il bambino […] ti ha lasciato intendere che è stato per questo, per questo leggere fino a notte fonda, ed esserti stancata».

È un’opinione comune a molti. Pensare che il mondo dei libri sia “altro”. Che porti lontano, e che dunque sia una distrazione avulsa dalla realtà. Senza soffermarsi sul fatto che il libro, la vita, la restituisce colma di senso. Che la scrittura seleziona nel caos del reale un percorso e segna una traccia, un significato. Scrivere è dunque un’operazione spirituale che non solo non porta l’uomo lontano, ma – al contrario – lo conduce proprio al centro di se stesso.

Gli altri protagonisti del romanzo sono Elisa, l’amante di Carlo, e Giovanni, il vero amore di Anna. Ce li descrivi?

Elisa è, a sua volta, una donna abbandonata. Ha impressa in sé una cifra indelebile, uno squarcio non riconosciuto. All’abbandono del marito Alberto ha reagito con rabbia, con orgoglio, laureandosi in giurisprudenza, diventando avvocato, e dunque con la forza e la tenacia di una donna (per quei tempi) moderna, quasi spregiudicata. Ma dentro è abitata da fantasmi che ululano nella notte. Ha bisogno di braccia, ha nostalgia della tenerezza. Segue Carlo affascinata da un sogno del quale ha un bisogno disperato, e si fa sua con la foga di una necessità ancestrale, dominata da una vecchia sete inaridita, da una fame mai saziata. Anche lei sbaglia obiettivo, dunque. Anche lei cerca là dove non potrà trovare altro che dolore.

Come Giovanni. Cugino di Anna, appassionato di letteratura e quindi in sintonia con la vocazione letteraria della cugina, ha però a cuore il successo, è vanitoso. Non scrive – come Anna – perché l’anima glielo impone. Forse, da uomo, non ha neanche, come Anna, quella sola strada per evadere dalle angustie e le strettoie di una vita limitante, prigioniera, carcerata. E dunque sbaglia promesse, sbaglia destino. Anche lui traditore, anche lui adultero, anche lui, come tutti, spaesato, se non si conosce il paese dal quale si proviene e quello a cui tornare.

Nella vita sei un magistrato. Quando è nata la passione per la scrittura? Quali progetti letterari per il futuro?

La scrittura è nata con me. È antecedente a tutto, allo sguardo sul mondo, agli studi (prima classici e poi giuridici), all’esperienza lavorativa. Credo di avere capito subito, da piccola, che era il mio modo per stare al mondo. Perché se devo vivere, scrivo. Se devo ricordare, scrivo. Se devo riflettere, prendere decisioni, amare, pregare… io scrivo. È come se la parola incarnasse la mia anima senza requie. Ed è come se – una volta affiorata su, dal buio dell’abisso spinta a dilagare in superficie, trovasse finalmente compimento. Pace.

Quando poi si è innestata sull’esperienza giuridica ha continuato a fare esattamente la stessa cosa. L’ha assorbita, l’ha armonizzata a una nuova disciplina, l’ha quasi “incastrata” su quel diverso sguardo sul mondo. Ne è nata la mia esperienza a metà tra diritto e letteratura, e i mie romanzi sempre in bilico tra verità processuale e verità umana, tra parola e norma, tra giustizia dell’uomo e giustizia dello spirito.

I progetti futuri prevedono quindi proprio questo: un nuovo romanzo a metà tra processo e narrazione, una collaborazione con enti e università per portare avanti le mie lezioni di letteratura e diritto (a breve terrò, ad esempio, una conversazione su Virginia Woolf e la legislazione a protezione della donna e un’altra sul disagio giovanile e “ragazzi di vita” di Pasolini) e un bel progetto letterario a scopo benefico con il mio inseparabile socio Massimo Maugeri. Stiamo curando un’antologia di racconti sul cibo che raccoglierà le storie di alcuni tra i più importanti autori siciliani. Un ricettario ma di storie gustose, di piatti mangiati dalla penna, di tradizioni e sapori rivisitati dai racconti. Un modo per scoprirci siciliani attraverso la cucina.

Grazie!

Grazie a voi!

Intervista realizzata da Luigi Grisolia

(www.editoriasiciliana.it, A colloquio con..., 27 febbraio 2012)

 

APPROFONDIMENTI
- La scheda del libro La coda di pesce che inseguiva l'amore
- La scheda di Stasera Anna dorme presto dal sito dell'editore Cavallo di Ferro


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